Menocchio, il mugnaio arso al rogo come eretico “pertinace e relapso”.

Nell’opera “Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del’ 500”,  lo storico Carlo Ginzburg narra la storia di Domenico Scandella “Menocchio” (Montereale Valcellina 1532- Pordenone 1600) e dei due processi per eresia a cui fu sottoposto il mugnaio friulano. Menocchio era un contadino autodidatta che sapeva leggere, scrivere e far di conto, aveva letto qualche libro di teologia,  frequentava la chiesa locale e amava discutere col parroco e i suoi concittadini su argomenti religiosi. Ma sembra che i rapporti col parroco Odone Vorai si deteriorassero,  perché Menocchio rifiutò la richiesta del prete di poter approfittare delle sue figlie. Il parroco denunciò in modo anonimo per eresia il contadino al Sant’Uffizio. Incarcerato dall’Inquisizione, Menocchio subì un primo processo nel 1584. Durante il processo il mugnaio espose la sua singolare concezione  cosmologica: inizialmente “tutto era un caos, cioè terra, aere, acqua et foco  insieme; et quel volume, andando così, fece una massa, aponto come si fa il formazo nel latte , et in quel diventorno vermi , et quelli furno li angeli …  et tra quel numero de angeli ve era anco Dio, creato anchora lui da quella massa in quel medesmo tempo ; et fu fatto signor con quattro capitani , Lucivello , Michael, Gabriel et Rafael. Qual Lucibello volse farsi signor alla comparation del re, che era la maestà de Dio, et per la sua superbia Iddio commandò che fusse scaciato dal cielo con tutto il suo ordine. Dio fece poi Adamo et Eva, et il popolo in gran multitudine per impir quelle sedie delli angeli scacciati. La qual multitudine, non facendo li commandamenti de Dio, mandò il suo figliol, il quale li Giudei lo presero, et fu crucifisso”. Su Gesù precisò “era uno delli figlioli de Dio, perché tutti semo fioli de Dio et di quella istessa natura che fu quel crucifisso; et era homo come nui altri, ma di maggior dignità, come sarebbe dir adesso il papa, il quale è homo come nui, ma di più dignità de nui perché può far; et questo che fu crucifisso nacque de S. Iseppo et de Maria vergine”. Ma era dubbioso sulla verginità della Madonna, perchè “tanti huomini sono nati al mondo et niuno è nato di donna vergine”.

Nelle dichiarazioni del Menocchio si scorgono anche rivendicazioni sociali e riflessioni critiche sul ruolo della chiesa: la lingua latina usata dagli ecclesiastici è “un tradimento de’ poveri perché li pover’homini non sanno quello che si dice e se vogliono dir quatro parole bisogna haver un avocato”. Il papa, cardinali e vescovi sfruttano i poveri perché “tutto è de Chiesa et preti”. Gli stessi sacramenti sono considerati dal Menocchio come una invenzione ecclesiastica: “quel batezar è un’inventione et li preti comenzano a magnar le anime avanti che si nasca, et le magnano continuamente sino doppo morte”.

Menocchio fu giudicato dal tribunale dell’inquisizione come eretico ed eresiarca e condannato al “carcere perpetuo”, le spese della reclusione furono addebitate alla famiglia del condannato: la moglie e sette figli.  Inoltre lo Scandella fu obbligato a leggere pubblicamente l’abiura e ad indossare un abito penitenziale grigio con una croce gialla davanti e l’altra dietro, da portare a vita. Ma dopo circa 20 mesi di reclusione il figlio di Menocchio, Ziannuto Scandella presentò una lettera alle autorità ecclesiastiche in cui le suppicava di liberare il padre, sia per le cattive condizioni di salute del condannato, sia per le precarie condizioni economiche in cui si trovava la famiglia. Gli inquisitori ascoltarono la supplica e liberarono Menocchio.

Lo Scandella tornò alla sua comunità, al suo lavoro presso il mulino, ma gli pesava portare l’abito degli eretici e non riusciva a tacere le proprie intime convinzioni. Il 7 marzo del 1596 un suonatore di sagra denunciò all’inquisizione Menocchio per avergli sentito dire durante il carnevale che non credeva nella Bibbia che era stata scritta da preti e frati. Menocchio fu arrestato nuovamente nel giugno del 1599 ed essendo “relapso”, recidivo,  rischiava la pena capitale. Questa volta l’inquisizione non ebbe alcun indulgenza verso il vecchio mugnaio, anche perché alcuni cardinali da Roma richiesero il fascicolo processuale e una linea dura per un caso ritenuto “gravissimo”. Menocchio  fu torturato e condannato a morte.  Nell’agosto del 1600, lo stesso anno del rogo di Bruno, il vecchio mugnaio fu prima decapitato e poi bruciato a Pordenone.

 

Fonte:

Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ‘500, Torino, Einaudi, 1976

 

 

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