L’invenzione dei martiri cristiani: S. Cristina da Bolsena

La lettura delle autobiografie dei santi o delle biografie dei loro più stretti contemporanei ci consegna personaggi la cui santità, oltre a non avere nessuna utilità pubblica, coincide con disturbi della personalità che risultano essere determinanti alla causa della santificazione. Disprezzo della vita e odio di sè accompagnano un io, ipo o ipertrofico e presuntuoso, in un delirio nevrotico premiato con l’ aureola: masochismo, sessuofobia, anoressia, autolesionismo, schizofrenia ed epilessia sono caratteristiche e qualità che il Signore dei Cieli e i signori che dicono di rappresentarlo in Terra sembrano apprezzare moltissimo e ritenere necessarie al riconoscimento della beatificazione degli stessi. Le agiografie, biografie acritiche ed elogiative scritte anche un millennio e oltre dopo la morte del santo, oltre a quanto appena detto si arricchiscono di toni leggendari, epici, narrandoci gesta da supereroi dei fumetti o del cinema degne di Wonder Woman, Superman, Rambo e Terminator. Autentica star del genere fu Santa Cristina da Bolsena, la quale “rese l’anima a Dio all’incirca nell’anno del Signore 297” e le cui eroiche gesta vengono narrate nella – Legenda Aurea – del domenicano Jacopo da Varagine mille anni dopo. Secondo il racconto il padre di Santa Cristina di Bolsena era sconvolto dalla scelta della figlia di votarsi al cristianesimo. Per questo comandò che fosse spogliata e battuta da dodici servi, i quali eseguirono l’ordine fino a che non gli vennero meno le forze, ma inutilmente. Il padre quindi ordinò che fosse incatenata e chiusa in prigione. Quando la madre seppe tale notizia si strappò le vesti, andò nel carcere dove si trovava Cristina e le si prostrò ai piedi dicendole: “Figlia mia Cristina, luce dei miei occhi, abbi pietà di me!”. Ma non potendo persuaderla, tornò dal marito e gli riferì le risposte della figlia. Allora il padre comandò che Cristina fosse portata dinanzi al tribunale ma senza successo. Il padre, infuriato, ordinò allora di straziarle le carni con unghie di ferro e di farle a pezzi ogni membro; ma Cristina prese i pezzi della propria carne e li gettò in faccia al padre. Allora il padre la fece porre su una ruota, fece poi attizzare un gran fuoco con l’olio, ma la fiamma divampando uccise millecinquecento pagani (!). Il padre di nuovo la fece condurre in carcere e, giunta la notte, comandò i suoi servi che le legassero una pietra al collo e la gettassero in mare. Ma ecco che gli angeli la sollevarono nelle loro braccia e Cristo stesso discese fino a lei battezzandola con queste parole: “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Poi la affidò all’arcangelo Michele, che la riportò a terra. Allora il padre ordinò che fosse di nuovo chiusa in un carcere e decapitata il giorno dopo; ma nella stessa notte il crudele padre, che si chiamava Urbano, fu trovato morto. Ebbe come successore un giudice di nome Elio, il quale fece immergere Cristina in un caldaione bollente colmo d’olio, resina e pece, e ordinò a quattro uomini di agitarlo. Ma Cristina lodò Iddio nella caldaia e lo ringraziò perché “nata or ora alla fede le permetteva di essere dolcemente cullata”. Allora il giudice fece radere il capo della santa e ordinò che fosse condotta nuda fino al tempio di Apollo. Non appena vi fu arrivata l’idolo cadde a pezzi in terra. A tale notizia il giudice dallo spavento morì. Gli successe Giuliano, che fece accendere una fornace per gettarvi Cristina; qui la fanciulla rimase per cinque giorni in compagnia degli angeli, senza soffrire alcun male. Quando Giuliano seppe ciò ascrisse il miracolo alle male arti della fanciulla e comandò che le fossero gettati addosso due aspidi, due vipere e due colubri; ma le vipere le si arrotolarono ai piedi, gli aspidi le circondarono il seno e i colubri le leccarono il sudore intorno al collo. Ma le bestie si rivoltarono contro l’incantatore e lo uccisero. Allora Cristina comandò ai serpenti di andarsene nel deserto, poi resuscitò il morto. Allora Giuliano ordinò di strappare le mammelle della fanciulla, da cui sgorgò latte invece di sangue. Infine le fece tagliare la lingua, ma Cristina per questo non perse la parola, e prendendo un pezzo della sua lingua la gettò in faccia a Giuliano, che fu percosso in un occhio e subito perdette la vista. Infine Giuliano fece trafiggere la fanciulla con due frecce nel cuore e una nel fianco e, chissà perchè, Cristina morì…
L’intenzione evidente del racconto, è quella di esaltare i presunti martiri cristiani e la grandezza della loro fede da un lato, e dall’ altro quella di screditare i pagani come persecutori, torturatori e assassini dediti a crimini di cui di lì a poco si sarebbe invece reso realmente colpevole il cristianesimo con l’Inquisizione. La storia potrebbe finire qui, consegnata alla leggenda di un passato remoto tragicomico e truffaldino. Invece no: quale mito, quale leggenda?! Non c’è limite al ridicolo, all’assurdità del credere! Cristina è ancora con noi! La troviamo nei calendari, negli onomastici, nei pellegrinaggi e nelle celebrazioni. A Sepino, le reliquie costituite oggi solo da un braccio, sono conservate nella chiesa a lei dedicata, dove viene ricordata dai fedeli ben quattro giorni durante l’anno. A Bolsena, s. Cristina viene festeggiata con una grande manifestazione religiosa, la vigilia della festa il 23 luglio sera, viene portato in processione il simulacro della santa posto su una ‘macchina’ a forma di tempietto, contemporaneamente sulla destra del sagrato si apre il sipario di un palchetto illuminato, dove un quadro vivente rappresenta in silenzio una scena del martirio e ciò si ripete in ogni piazza e su altrettanti piccoli palchi dove giunge la processione; la manifestazione è chiamata “I Misteri di s. Cristina”. La processione si svolge per strade e piazze di Bolsena, finché arriva in cima al paese nella Chiesa del Santissimo Salvatore. Lì la statua si ferma tutta la notte e la mattina del 24, giorno della festa liturgica di s. Cristina, si riprende la processione di ritorno giungendo infine di nuovo nella Basilica a lei dedicata dove l’altare è formato dalla pietra galleggiante del supplizio e su cui, nel 1263, un sacerdote boemo, che nutriva dubbi sulla verità della presenza reale del corpo e sangue di Gesù nell’Eucaristia, mentre celebrava la Messa, vide delle gocce di sangue sgorgare dall’ostia consacrata, che si posarono sul Corporale e sul pavimento. Un miracolo nel miracolo, insomma…A Bolsena vengono conservate ed esposte le “sacre pietre” macchiate dal sangue e ad Orvieto la reliquia del Corporale.

Ivano Rho

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