L’insostenibile ricerca dell’eternità

Recensione del romanzo di Gaetano Tufano, “La ricerca dell’eternità”

Il Romanzo «La ricerca dell’eternità» è l’autobiografia intellettuale e artistica dell’A. che si svolge attraverso le varie età della vita, ma con una costante: la ricerca del senso fondante la nostra esistenza. Una ricerca che quindi, come tale, coinvolge varie problematiche della tradizione filosofica: Chi siamo? La nostra coscienza è una proprietà emergente oppure è una proprietà originaria? Questa la domanda fondamentale che sorregge tutta la ricerca. Una ricerca che quindi è sospesa tra l’apertura ad un senso della vita coi suoi valori fondanti e la possibilità di uno scacco che vanifichi questi stessi valori: la percezione del «nulla annullatore», e la conseguente «angst» di heideggeriana memoria. Ma differentemente dal grande esistenzialista l’A. non ha una visione ontologica della realtà e nemmeno dei precisi e fermi riferimenti filosofici, per cui la ricerca è veramente tale: ricerca che si svolge e fa riferimento a una miriade di suggestioni, senza però acquietarsi definitivamente in alcuna prospettiva determinata. Nell’opera è sempre presente un larvato scetticismo, la ricerca non si trasforma mai in dogma, l’anelito della ricerca non si riposa mai in una comoda dottrina preconfezionata: «la verità è multiforme, la nuda nozione è insignificante… occorre orientarsi attraverso le infinite nozioni e le infinite possibili interpretazioni… non esistono conoscenze incorruttibili». Non è risparmiato lo stesso cristianesimo, religione in cui l’A. è stato educato, ma che nel corso degli anni gli si dispiega come un crudele inganno storico produttore di un’etica falsa, angosciosa e ammorbante. Se questo inganno storico è stato possibile grazie alla storica alleanza di trono e altare, oggi non ha più alcun senso un’etica che al massimo poteva risultare utile per antiche forme di potere politico che l’hanno usato strumentalmente per i propri fini. Una moderna visione etico-politica deve emanciparsi da simili antichi stereotipi preconfezionati e mostrarsi rispondente alle sfide che il mondo contemporaneo, infinitamente più complesso, giornalmente ci pone. Più in generale, le religioni sono considerate una risposta umana banale di fronte al senso dell’arcano, una reificazione infantile di fronte al mistero ontologico dell’esistenza.
Reificazione che ci fa smarrire proprio la profondità dell’avvertimento del mistero, riducendolo a vuote rappresentazioni prive di quell’originario contenuto emotivo e in definitiva prive di senso. Ma sulla vita dopo la morte viene comunque preservato il mistero come è ben evidenziato liricamente in questo passo: «E voi tutti dove siete? Dove siete tutti voi che non siete più? A volte mi sembra di avvertire la vostra inquieta e carezzevole presenza attorno a me. Bramo. Bramo e temo al contempo il vostro incontro. Ci uniremo ormai lo so. E sarà come una volta, senza l’assillo del tempo, senza disarmonie». La riflessione morale derivante dal comportamento dei criceti è orientata verso un’etica che sfata l’equazione tra bontà e naturalità, anzi le leggi naturali sono considerate spietate. L’etica che sia tale deve riconsiderare all’interno di una coscienza culturalmente evoluta l’immediatezza della naturalità. «In tempi molto remoti siamo stati cannibali, poi abbiamo smesso questa pratica, negli ultimi due millenni ci si è interrogati sulla liceità di mangiare gli animali. Forse il superamento di questa pratica potrebbe essere un primo passo verso il rifiuto delle spietate leggi naturali, potrebbe essere un nuovo salto evolutivo positivo». Un momento lirico molto alto è raggiunto nell’esperienza onirica della caduta infinita, descritta magistralmente in «Delle paure», poco riassumibile nei termini della comprensione razionale, essendo un contenuto unicamente emozionale. Anche le suggestioni gnostiche sulla metempsicosi, che pure affascinano molto l’A. e lo portano ad approfondire sia le dottrine che le diverse tradizioni interpretative che si richiamano alla gnosi, alla fine rivelano la loro fragilità con l’assunto metafisico indimostrabile su cui si fonda. Il Nepal culla della tradizione gnostica finisce per deludere l’A. vi cercava la vita, ma vi trova «morte, distruzione, desolazione, angoscia». E prosegue «un tempo nel mio vagare errabondo lo chiamavo casa, ora ne fuggivo disilluso, non l’incorruttibile eternità avevo trovato, ma l’instancabile eguagliatrice intenta alla sua triste opera». L’irrazionalità della vita umana non è facilmente addomesticabile anche dalle più potenti concezioni filosofiche, l’istanza della scepsi irrompe sempre prepotentemente dall’osservazione oculata del mondo e quindi la ricerca, la ricerca dell’eternità continua. Le nuove scienze, e in modo particolare la meccanica quantistica nate dalla crisi nel Novecento della fisica classica, costituiscono un altro importante polo di riferimento e di suggestione per l’A.  Nel capitolo «Allo specchio» è ben evidenziata la differenza tra la semplice realtà fenomenica delle immagini soggettive e le insondabili dimensioni e pieghe spazio-temporali su cui si basa la nuova meccanica. «Continua pure, dunque, miserabile specchio il tuo mistificante mestiere, io ora guardo lontano… il mio pensiero ti attraverserà d’ora in poi come un raggio di luce attraversa l’oscurità creata dalla notte». Il tema dell’incomunicabilità dell’esperienza è ben presente all’A. nel capitolo sulle «Monadi senza finestre»: il «dubbio» prevale sulla spensierata «certezza», quasi come monadi leibniziane, ognuno è chiuso nel proprio mondo, nelle proprie rappresentazioni soggettive della realtà che solo incidentalmente interagiscono con rappresentazioni e mondi di altre monadi. Eppure, c’è sempre il tentativo di «squarciare il velo di Maya» per arrivare alla irrazionale «verità filosofica per eccellenza» per dirla alla Schopenhauer, o superare il mondo fenomenico delle apparenze per pervenire all’insondabile cosa in sé, come direbbe Kant. Ma nell’ultima parte del libro «l’inverno» è evidente la disillusione dell’A. su tante congetture che da giovane dava per scontato, la possibilità di un naufragio dell’esistenza è sempre più presente, con la conseguente ansietà e angoscia esistenziale «la cosa che fa più male non è neppure il prevedibile fallimento della ricerca dell’eternità, ma il fatto di non aver trovato alcuna eternità che abbia senso di essere vissuta… Non posso rassegnarmi all’idea che il nulla ci attende, ma ancora di più non posso accettare la più completa e definitiva mancanza di senso». La stessa storia perde ogni intrinseca razionalità per apparire sempre più come un gigantesco mattatoio privo di senso. La scepsi irrompe sempre di più nella vita e nel pensiero dell’A., le certezze si sgretolano vieppiù lasciandolo in balia di un nichilismo capace di annullare qualsiasi senso precostituito dell’esistenza. Come è irrazionale, accidentale e priva di senso la fine prospettata nell’epilogo del romanzo. Epilogo drammatico e struggente ben rappresentato dalla citazione tratta dal Gilgamesh nella quarta di copertina: «una sorte crudele in un sol colpo ti ha strappato da me. Adesso cosa è questo sonno che si è impossessato di te? All’improvviso sei diventato un’ombra e già non mi ascolti».

Fausto Tufano

 

 

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