L’assassinio di Ipazia

Di Arnaldo Tavernese

Dopo il natale del 390 d.C., data che ha segnato il destino dell’umanità intera, la Chiesa non aveva più ostacoli davanti a sé: san Cirillo d’Alessandria, sant’Agostino da Ippona, sant’Ambrogio da Milano e san Giovanni Crisostomo avevano realizzato la presa del potere assoluto su tutto l’impero romano. Ad Alessandria, tuttavia, un ostacolo c’era: una donna, Ipazia, filosofa neoplatonica, musicologa, scienziata matematica e fisica, madre della scienza sperimentale (studiò e realizzò l’astrolabio) che dopo una giornata di studio osava indossare il mantello nero dei filosofi e andare in giro per la città in mezzo alla gente a insegnare Platone, Aristotele, astronomia, l’uso della ragione, consigliando di non portare in chiesa oro o donazioni per curare un figlio malato, ma di andare da un medico. Ma su Ipazia e l’intera umanità si abbatté la più grossa delle sventure: l’ascesa al potere della chiesa cattolica e la cancellazione delle biblioteche, della scienza, degli scienziati, l’annullamento del libero pensiero, della ricerca scientifica. Alla donna doveva essere impedito l’accesso alla religione, alla scuola, all’arte, alla scienza.
Il massacro di Ipazia è descritto da Socrate Scolastico, Storia ecclesiastica, VII, 15: era il mese di marzo del 415, e correva la quaresima; un gruppo di cristiani “dall’animo surriscaldato, guidati da un lettore di nome Pietro, si misero d’accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno a casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario; qui, strappatale la veste, la uccisero usando dei cocci. Dopo che l’ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati i brandelli del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia bruciandoli. Questo procurò non poco biasimo a Cirillo e alla chiesa di Alessandria. Infatti stragi, lotte e azioni simili a queste sono del tutto estranee a coloro che meditano le parole di Cristo”.
Il filosofo pagano Damascio scrisse, cento anni dopo la morte di Ipazia, la sua biografia. In essa sostiene la diretta responsabilità di Cirillo nell’omicidio, più esplicitamente di quanto non faccia Socrate Scolastico: accadde che il vescovo, vedendo la gran quantità di persone che frequentava la casa di Ipazia, “si rose a tal punto nell’anima che tramò la sua uccisione, in modo che avvenisse il più presto possibile, un’uccisione che fu tra tutte la più empia” (Damascio, Vita Isidori, 79, 24-25). Anche Damascio rievoca la brutalità dell’omicidio: “una massa enorme di uomini brutali, veramente malvagi […] uccise la filosofa […] e mentre ancora respirava appena, le cavarono gli occhi” (Damascio, Vita Isidori, 105, 5-6).
Dopo l’uccisione di Ipazia fu aperta un’inchiesta. A Costantinopoli regnava di fatto Elia Pulcheria, sorella del minorenne Teodosio II (408-450), che era vicina alle posizioni del vescovo Cirillo d’Alessandria e come il vescovo fu dichiarata santa dalla Chiesa. Il caso fu archiviato, sostiene Damascio, a seguito dell’avvenuta corruzione di funzionari imperiali. Anche secondo Socrate Scolastico, la corte imperiale fu corresponsabile della morte di Ipazia, non essendo intervenuta, malgrado le sollecitazioni del prefetto Oreste, a porre fine ai disordini precedenti l’omicidio. Tesi condivisa da Giovanni Malalas, secondo il quale l’imperatore Teodosio “amava Cirillo, il vescovo di Alessandria. In questo periodo gli alessandrini, col permesso del vescovo (Cirillo) di fare da sé, bruciarono Ipazia, un’anziana donna (παλαια γυνη), filosofa insigne, da tutti considerata grande” (Giovanni Malalas, Cronografia 14, PG 97, 536).
Il massacro d’Ipazia servì anche da esempio: nessun allievo, infatti, ebbe il coraggio di lasciare una testimonianza. Chi tentò di farlo, scomparve assieme ai suoi scritti. Alcuni si rifugiarono in India. Il vescovo e patriarca Cirillo governò da padrone assoluto Alessandria per i successivi trent’anni. I libri d’Ipazia e di tutta la Scuola alessandrina furono bruciati, la sua memoria cancellata. Il martirio che subì Ipazia segnò la fine della più importante comunità scientifica dell’umanità. Ma Cirillo non pensò a distruggere le lettere di Sinesio di Cirene, l’allievo più caro d’Ipazia, diventato vescovo di Tolemaide: a lui dobbiamo molte delle notizie della vita e delle opere della scienziata alessandrina. Vita raccontata, inoltre, dagli storici Socrate Scolastico, Damascio, Filostorgio e Sozomeno. 1200 anni dopo la morte d’Ipazia Galileo e Newton stentavano a comprendere i concetti degli scienziati della scuola alessandrina, utilizzando – tra l’altro – i tredici volumi di commento all’Aritmetica di Diofanto e gli otto volumi sulle coniche di Apollonio elaborati da Ipazia. Ma non fu massacrata soltanto una grande scienziata: furono cacciati, esiliati e uccisi anche quasi tutti gli ebrei, pagani, novaziani di Alessandria. Fu chiusa per sempre la scuola di Alessandria, furono fatti sparire tutti gli allievi di Ipazia, fu bruciata la biblioteca più grande del mondo (assieme a tutte le altre, quelle di Pella, Atene, Antiochia, Efeso, Pergamo).

Arnaldo Tavernese

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