Il Cristo di Emilio Salsi

C’è una rivelazione di “Giovanni” nelle opere di Flavio Giuseppe, precisamente nell’ottavo capitolo del VII libro de “La Guerra giudaica”, dal par. 252 al par. 274. Questo personaggio risulta essere stato sottoposto dai Romani alle più atroci torture “fino all’ultimo istante di vita”. L’equivalenza di questo “Giovanni” con “Gesù” è stata scoperta da Salsi, che ne parla, in modo approfondito e dettagliato, sia nel proprio sito internet che in un apposito saggio. Tale “Giovanni” (al quale è stato intenzionalmente censurato il patronimico dai redattori de “La Guerra Giudaica” nel “Codex Sangallen Gr 627” datato al X secolo), vero protagonista della remota vicenda richiamata nel memoriale riferito dallo storico Giuseppe Flavio, gli studiosi credenti, falsamente, lo fanno passare per “Giovanni di Gìscala, figlio di Levi”, noto personaggio della rivolta giudaica del 66/70 d.C. Ma, considerato che Giuseppe F. scrisse “La Guerra Giudaica” entro il 79 d.C., a questa data il vero Giovanni di Gìscala era ancora vivo poiché nel 71 d.C. fu condannato al carcere a vita dall’Imperatore Vespasiano. Si dimostra così che quel “Giovanni” del lontano ricordo, richiamato dallo storico, non poteva essere “Giovanni di Gìscala”, il quale, se fosse morto entro il 79, Giuseppe F. avrebbe dovuto riferirlo nelle sue opere essendo un capo della rivolta giudaica, quindi famoso sia per gli Ebrei che per i Romani, al punto da essere citato in “Historiae” dallo stesso Cornelio Tacito.
In merito a Giovanni di Gàmala, la differenza – tra le ipotesi di vari scrittori e le analisi di Emilio Salsi – consiste nel fatto che quest’ultimo si avvale esclusivamente delle fonti storiche dirette, confermate dalla archeologia, per poi compararle alla documentazione ecclesiastica a noi giunta nei Codici stilati dagli amanuensi. In questo modo lo storico avvia il lettore “dentro” un autentico apparato critico pervenendo a “Giovanni di Gàmala” tramite la verifica di antichi manoscritti con cui dimostra la falsificazione delle testimonianze cristiane ed extra cristiane risalenti ai primi due secoli. Con lo stesso metodo sconfessa la montatura dell’esistenza degli apostoli “Giovanni” e “Giacomo il Minore”, producendo prove circostanziate come nessuno storico, prima di lui, aveva fatto. Smentisce anche l’esistenza di altri due parenti di Cristo, “Simone” e “Giuda Giusto” (figlio di Giacomo e fratello di Cristo, quindi nipote di Gesù) i quali, ad iniziare dal fratello Giacomo, la Chiesa insediò come i primi tre Vescovi di Gerusalemme.
Nel merito di queste indagini, è nostro dovere evidenziare il fatto che lo storico si avvale degli ultimi reperti archeologici per accertare l’infondatezza dei richiami ai personaggi che operarono nell’Impero Romano dei primi due secoli, uomini reali e famosi, i quali, nel IV secolo, furono falsamente incolpati (dallo storico Eusebio, Vescovo di Cesarea) del martirio di inesistenti cristiani, fatti passare per santi con tanto di reliquie. L’inesistenza di cristiani seguaci di Gesù, nell’Impero Romano del primo secolo d.C., viene provata, nel XII studio del sito web, con la dimostrazione della falsificazione del “Codex Laurentianus Ms 68.2”, risalente all’XI secolo, praticata dagli amanuensi negli Annales di Cornelio Tacito, i quali fecero ipocritamente risultare l’Imperatore Nerone autore del massacro di una “ingens multitudo” di Cristiani.
L’analista procede e, riguardo alla città dove visse Gesù, Nazaret, attenendosi alla sua descrizione orografica ed all’ubicazione, indicate entrambe nei vangeli, dimostra che la conformazione, rappresentata dall’evangelista Luca come “città”, diversamente dalla Nazaret odierna (inesistente nei primi tre secoli), corrisponde esattamente alla antica Gàmala, unica città di tutta la Palestina ad essere edificata sul ciglio di un monte, a ridosso di un precipizio e dotata di una Sinagoga, esattamente come specificato da Luca (Lc 4,16) e come testimoniano ancora oggi le sue vestigia. Al contrario, la Nazaret odierna non è costruita sul ciglio di un monte, né a ridosso di un precipizio, né ha mai avuto alcuna Sinagoga. Si evidenzia che Gàmala è stata la celebrata roccaforte asmonea dello zelotismo antiromano, patria del più famoso rivoluzionario nazionalista dell’epoca di Gesù, “Giuda il Galileo”, dunque anche patria di Cristo.
Partendo da questi dati, nel primo studio pubblicato sul sito web “Vangeli e Storia”, lo storico evidenzia la matrice zelota dei fratelli di Gesù; inoltre, in antichi codici biblici risalenti al IX secolo (dovutamente citati), scopre che tra i figli maschi di Maria, riferiti nel vangelo di Matteo (Mt 13,55), si aggiunge anche “Giovanni”; a conferma del “vangelo di Giovanni” (Gv 19,26) in cui “il discepolo prediletto”, Giovanni, viene indicato come “figlio di Maria, Madre di Cristo”. Stabilito ciò, lo studioso accerta che i nomi dei fratelli di Cristo corrispondono ad alcuni “apostoli”, ma, al contrario degli altri nomi apostolici, quelli dei fratelli sono di stretta osservanza giudaica e descritti con qualifiche estremiste zelote; mentre gli altri apostoli sono indicati con nomi greci senza definizioni rivoluzionarie, quindi non sovrapponibili, né identificabili con i fratelli di Gesù. Apostoli di cui, per la prima volta, Salsi ne dimostra l’inesistenza grazie a studi basati sull’archeologia. Nelle analisi successive, lo storico perviene al risultato che “Gesù” (in aramaico “Yeshùa”, che significa “Salvatore”) non viene riferito dagli evangelisti come un appellativo giudaico comune, bensì con la qualifica divina di “Salvatore” il cui vero nome era “Giovanni”. Se “Gesù” fosse stato un nome comune ebreo (corrispondente all’italianizzato “Giosué”) i Sommi Sacerdoti giudei in “Atti degli Apostoli”, ed i suoi concittadini ebrei nei vangeli, non avrebbero avuto alcun problema a chiamarlo “Gesù”, se riferito al Giosuè biblico; ma, essendo “Yeshùa”, inteso dai cristiani il “Salvatore divino”, quindi non riconosciuto come tale dagli Ebrei, gli scribi evangelisti adottarono il lemma “costui” in sostituzione del nome aramaico “Yeshùa”. Questo nome, nel vangelo, viene dettato da Dio come qualifica divina di “Gesù”: “Maria partorirà un figlio e tu (san Giuseppe) lo chiamerai Gesù (Yeshùa) poiché egli salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,21). Siccome nessun ebreo avrebbe mai riconosciuto simile “rivelazione”, consapevoli di questo impedimento, gli evangelisti, quando descrissero i Giudei che citavano Cristo, usarono il termine “costui”, anziché “Yeshùa”, per evitare il fraintendimento con “Salvatore”.
Seguendo le analisi di Salsi, una volta accertata l’intenzione rivoluzionaria dei fratelli di Cristo – volontà dettata da Dio, essendo Zeloti come risulta dalle rispettive qualifiche evangeliche – tramite una ulteriore indagine storica, il movente della ribellione, derivante dalla volontà degli Ebrei di liberare la loro terra dal dominio romano, viene convalidato dalla scoperta dell’epoca in cui avvenne la rivolta giudaica in Gerusalemme: evento che vide Giovanni prevalere sulle forze romane di stanza in Gerusalemme. La storia insegna che l’occasione si verificò nel 35 d.C., in conseguenza della guerra contro Roma intrapresa, nel 34 d.C., dal potente Re partico Artabano III, il quale “si impossessò dell’Armenia minacciando di invadere tutte le terre già possedute da Ciro ed Alessandro”, fra esse era compresa la Palestina (Tacito: Annales VI 31). Un conflitto analogo a quello avviato dal Re dei Parti, Barzafrane, e di cui ne approfittò, nel 40 a.C., Antigono (figlio di Aristobulo), l’ultimo dei monarchi Asmonei al potere, quando si impadronì di Gerusalemme e si fece incoronare “Re dei Giudei” al posto di Erode il Grande.
Per di più, una letale carestia imperversava in Giudea ove raggiunse il culmine nel 35 d.C. (sotto l’impero di Tiberio), e non è difficile capire che l’occasione venne sfruttata dagli Zeloti come detonatore della ribellione. La conferma del fatto ci viene data dallo storico Vescovo cristiano del IV secolo, Eusebio di Cesarea, dopo aver visionato i rotoli che riferivano le cronache imperiali del I secolo. Gli storici cristiani compresero l’importanza di quella calamità, in quanto dirompente per un popolo affamato che si rivoltò contro il potere costituito, quindi ne falsificarono la datazione postdatandola in “Atti degli Apostoli” sotto l’impero di Claudio (At 11,28) per depistare gli storici; ma Eusebio commise l’ingenuità di richiamarsi alla “Regina Elena” dell’Adiabene, correlata alla notizia di Giuseppe Flavio. L’adulterazione cronologica di quella carestia, ovviamente, è stata inserita dagli amanuensi anche nella trascrizione di “Antichità Giudaiche”, dello storico ebreo, a partire dal “Codex Ambrosianus Gr F128” dell’XI secolo, nel quale invertirono, scioccamente, i nomi degli imperatori sotto i quali si verificò la carestia: “Tiberio” con “Claudio”. La dimostrazione della falsificazione della cronologia, relativa alla carestia, praticata dagli amanuensi negli antichi codici, in quanto ricerca destinata alla conoscenza universale degli eventi reali, è riportata da Salsi nel X studio del sito.
La liberazione della città santa dal dominio romano – con la acclamazione, da parte della folla, di Giovanni a “Messia Re dei Giudei” e loro Salvatore “Yeshùa” (non decretato da Tiberio) – durò meno di un anno in conseguenza della sconfitta, inflitta da Roma ai Parti di Artabano III, Re dei Re, che segnò la fine di Giovanni, capo degli Zeloti.
Pena la distruzione di Gerusalemme, la crocefissione del “Messia Giovanni” fu imposta, a ridosso della Pasqua del 36 d.C., dal Legatus Augusti pro Praetore, Lucio Vitellio, investito da Tiberio con pieni poteri su tutto l’Oriente in guerra contro Artabano III, al quale si era alleato Giovanni. Dopo la resa di una Gerusalemme affamata e l’esecuzione fuori le mura del deposto Giovanni “Re dei Giudei”, Lucio Vitellio entrò in città e comunicò l’esenzione dei tributi imposti da Roma sui prodotti alimentari, quindi richiese al popolo di giurare fedeltà all’Imperatore Tiberio.
Lo storico Salsi conclude che i figli di Giuda il Galileo, omonimi a quelli di Maria, madre di Cristo, furono: Giovanni (Yeshùa), Simone, Giacomo, Giuda e Giuseppe.
Infine, nel XV studio, con apposita analisi rispettosa delle risultanze storiche, dimostra la corrispondenza fra i nomi “Menahem” (ultimo figlio di Giuda il Galileo) e “Giuseppe” (il più giovane dei fratelli di Cristo) il quale, ormai anziano, con un colpo di stato prese il potere nel 66 d.C. e si proclamò “Re dei Giudei”, ma fu eliminato dalla aristocrazia sacerdotale alla pari di “Gesù”, il fratello primogenito.
Per quanto concerne la censura degli atti di Giovanni, figlio di Giuda il Galileo, gli studi di Salsi provano che i copisti del “Codex Ambrosianus Gr F128” dell’XI secolo eliminarono, dal XVIII libro di “Antichità Giudaiche” (il testo più antico) che riferiva l’epoca di “Gesù”, l’importante richiamo storico, fatto da Giuseppe Flavio ne “La Guerra Giudaica” (trascritta meno di due secoli prima nel “Codex Sangallen Gr 627”), riguardante “Giovanni”, quando, gli aderenti al Movimento di Liberazione Nazionale antiromano …
“Sfasciarono tutto ciò che restava degli ordinamenti civili introducendo dappertutto la più completa anarchia. In tale clima prosperarono al massimo gli Zeloti, un’associazione che confermò con i fatti il loro nome; essi invero imitarono con i fatti ogni cattiva azione e non tralasciarono di emulare alcun misfatto registrato nella storia” (Bellum VII 267/269).
Ma nel XVIII libro di “Antichità Giudaiche” del “Codex Ambrosianus F128”, a causa della censura, non riscontriamo”alcun misfatto registrato nella storia” concernente un così grave avvenimento rivoluzionario, durante il quale gli Zeloti “sfasciarono tutti gli ordinamenti civili” (la Costituzione del governatorato romano e del Sinedrio aristocratico fu mutata in monarchia totalitaria dal nuovo Messia al potere: “Cristo Re”). E’ evidente la assoluta necessità che costrinse gli scribi cristiani ad eliminare dalla storia il personaggio “Giovanni di Gàmala”, ben sapendo che sarebbe stato identificato con il Gesù storico.
In ultima analisi (come già avvenuto in questo argomento trattato da Wikipedia), anziché censurare i richiami agli studi di Emilio Salsi, i prelati, come gli esperti in cristologia comparata alla Storia e proclivi al Clero, accettino il pubblico contraddittorio con lui e lo smentiscano con precisi dati di fatto. Dopodiché sarà loro diritto-dovere denunciarne gli errori, smentendo definitivamente quello che essi ritengono “il più radicale critico negazionista dell’avvento di Gesù”. La stessa Wikipedia riporta, senza problemi, le conclusioni apologetiche, concernenti l’esistenza di Cristo, Madonna, Apostoli, successori, Vescovi e màrtiri, riferite da anonimi chiesastici. Ad iniziare dalla falsificazione delle cervellotiche “prove”* a “dimostrazione” che il censimento effettuato il 6 d.C. da Publio Sulpicio Quirinio, su ordine di Cesare Augusto, così come richiamato da Luca nella “natività” di Cristo, sia stato iniziato da Quirinio quando il Proconsole Gaio Senzio Saturnino era Governatore di Siria e al contempo Erode il Grande era Re dei Giudei.
* Vedi il libro “Il problema cronologico della nascita di Gesù” del Prof. Giulio Firpo, scritto da un Professore di Storia Romana (che non ha letto la Storia di Giuseppe Flavio), ufficializzato dalla Chiesa il 29.5.1996, tramite un’intervista rilasciata al Corriere della Sera dall’attuale Cardinale Gianfranco Ravasi, sotto il papato di Carol Wojtyla.
Ne consegue che Wikipedia accetta acriticamente il fatto assurdo che Cesare Augusto abbia atteso 12 anni prima di riscuotere i tributi dei Siriani e dei Giudei: il tutto per ovviare alle cantonate prese dagli evangelisti, rattoppate vanamente da Giulio Firpo. Infatti, nella realtà, gli storici vaticanisti mentono sapendo di mentire dal momento che fingono di ignorare che fu lo stesso Cesare Augusto a nominare Erode il Grande “Procuratore di tutta la Siria sì che nessuno dei Procuratori poteva agire senza il suo assenso” (Bellum J. I 399 e Ant. J. XV 360) “con l’onere di riscuotere i tributi in tutte le regioni di quella Provincia” (Bellum J. I 428).
Pur essendo subordinato, giuridicamente e militarmente, al Legato di Siria dell’Imperatore, Erode il Grande non fu mai sottoposto, amministrativamente, a tale potente funzionario imperiale; quindi le entrate fiscali, in virtù dell’incarico, gli imposero di costruire, a nome di Cesare Augusto e dei suoi familiari, opere grandiose, compresi Templi pagani, anche nelle città fuori del suo Regno (Bellum J. I 422/425).
Finché Erode il Grande rimase in vita, essendo lui il “Procuratore di tutta la Siria”, né in Siria, né in Giudea si rese necessario svolgere alcun censimento da parte di Roma: era lui che, quale fiduciario di Cesare Augusto, si adoperava a riscuotere le tasse curando le rendite annue dell’Imperatore che ammontavano a circa 24 tonnellate d’oro (quasi mille talenti greci), riscosse solo nel Regno di Palestina. Ammontare identico che Cesare Augusto impose ripartito fra i tre figli maschi di Erode il Grande. Va notato che “La Guerra Giudaica” fu sottoposta alla verifica e approvazione degli storici romani di Vespasiano e tale documento fu depositato negli Archivi Imperiali.
Rimanendo celati dietro anonime censure, gli specialisti del Clero ed i loro epigoni, dimostrano che le ricerche di Salsi sono inattaccabili. Gli stessi prelati dimostrano la loro debolezza evitando di confrontarsi apertamente con lui sulla autentica “Storia del Cristianesimo”, una disciplina didattica avvalorata dagli ultimi reperti archeologici, a riprova della impossibilità che i potenti e famosi Governatori dell’Impero Romano abbiano mai martirizzato Apostoli, Vescovi, Padri apologisti e nessun altro cristiano.
Ma, al di sopra di tutto, è bene che i lettori sappiano che la libera Conoscenza non può essere censurata, in quanto fondamentale per la capacità di giudizio che ogni persona intende esprimere nei confronti della società in cui vive. Il diritto al Sapere non deve avere limiti, è una facoltà individuale inalienabile, alla pari della Libertà; diritti che non devono, e non possono, essere condizionati da interessi di parte o di potere, né dal millantato credito mediatico di cui gode la religione cristiana, nonostante, è ormai definitivamente accertato, sia un credo basato sulle peggiori falsificazioni che la Storia abbia mai registrato.
Questo documento è condiviso e sottoscritto dai seguenti esperti, impegnati da molti anni in ricerche sulla Storia del Cristianesimo:
Prof. Domenico Contartese
Dr. Giancarlo Tranfo
Dr. Ferruccio Rondinella
Prof. Fausto Tufano
Prof. Gaetano Tufano
Dr. Giuseppe Giralico
Avv. Andrea Gaetani

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