Pietro II

Pietro II è aperto alla verità, alla ricerca storica dei fatti, non si propone di imporre una nuova erme­neutica o nuovi valori. Egli prende coscienza che il personaggio di Cristo, da lui tanto amato fino a condi­zionare l’intera sua vita di religioso, non ha una dimen­sione storica. E’ privo di esistenza storica, come luci­damente emerge dalle sue recenti ricerche, perché si rende conto della fondamentale differenza tra racconto religioso e narrazione storica. Da questa nuova co­scienza scaturisce tutta una nuova problematicità. Pie­tro II diventa agnostico, ma con una fondamentale ten­denza alla ricerca spregiudicata del vero, come gli aveva insegnato il suo predecessore Paolo VI. Comin­cia a vedere in modo totalmente nuovo la storia del cri­stianesimo, che non gli appare più come il dispiegarsi in chiave temporale del “corpo mistico di Cristo”, ma come una congerie terribile di errori, che hanno cau­sato lutti e nefandezze all’umanità, di cui si rattrista profondamente e ne percepisce distintamente tutta la negatività. L’uccisione di liberi pensatori, di eretici e libertini, fino allo sterminio degli schiavi del nuovo mondo sono soltanto la brutale espressione di un po­tere temporale che Pietro II rifiuta, ritenendolo total­mente estraneo ad ogni concezione religiosa. Il cam­mino della chiesa è piuttosto il cammino dell’errore e della menzogna connaturati alla perpetuazione del po­tere politico vigente come “Instrumentum regni”. La storia della chiesa non rappresenta il cammino della verità che culmina provvidenzialmente nell’agostiniana “Città di Dio” dove le “portae inferi non praevalebunt”. Da qui nascono i suoi dubbi, le sue perplessità, essen­zialmente di tipo etico. Ma anche una profonda con­vinzione di smascherare vecchie bugie e “annunciare” nuove verità, che fatalmente lo mettono in contrasto con la sua posizione pontificale appena assunta.

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